Azienda Agricola Mario Torelli


"Non pensavo troppo al lavoro da bambino: quello che c’è di sano qua, è che si giocava. La scelta di fare la scuola di enologo è stata una forzatura di mio padre, agricoltore, che voleva uscire dalla logica della produzione di materia prima per l’industria: secondo mio padre era la cosa più brutta che potesse succedere. Dice che il contadino non fornisce materia prima, ma fornisce cibo. Mi diceva anche “Mi piacerebbe che ti formassi in una scuola che ti dia più possibilità, quella scuola può aprirti altre strade”. Adesso, ogni tanto, invece, mi dice “Ahi! mi tocca lavorare finché...” tanto mio padre non può stare senza lavorare. Dopo il servizio civile, una bella esperienza nel sociale, ho deciso: facciamo vino, ma occorre ingrandire l’impresa. Qui le proprietà sono frammentate, troppo piccole per stare sul mercato, per fare sopravvivere una famiglia. È difficile acquistare terreno, il prezzo è elevatissimo, perché è diventata una zona ambita da svizzeri e tedeschi. A noi sembra strano ma per loro 60 km sono vicini al mare! Questa è una zona bella, è bellissimo qui, è proprio bello! Quindi non si riesce ad accorpare le piccolissime aziende che sono seguite dai vecchi, ma i figli è raro che continuino, il dopo è difficile da immaginare. Con fatica ci siamo ingranditi ma i problemi erano appena cominciati. Si trattava di decidere se riprogettare le vigne. Capivamo che se volevamo fare biologico dovevamo calcolare gli spazi per i mezzi che trinciano l’erba. Non volevamo fare il diserbo: se vedeste le colline di maggio da un giorno all’altro ingialliscono e poi diventa tutto “pulito”... io ho una concezione diversa del pulito. A me spiace perché amo questa terra, ci leggi una storia pazzesca dell’uomo. Allora, dovevamo fare anche i conti con l’acqua. Il viticoltore lotta con l’acqua soprattutto se ha vigne in pendii molto ripidi, perché ruscella ed erode, soprattutto se non ci sono le radici dell’erba. Così ho scelto, là dove era molto scosceso, di impostare i pendii con la tecnica dei ciglioni e di trinciare l’erba senza uccidere le radici. Non sono le terrazze tradizionali in cui è impossibile passare con i mezzi meccanici, ma delle gradinate con la pendenza a monte in modo da preservare l’erosione. La piccola azienda purtroppo ti porta alla specializzazione, se ti ingrandisci un pochino puoi anche provare a differenziare e questo aiuta perché non si rischia tutto sul vino. Da poco tempo abbiamo capre, anche le trote nella sorgente a tredici gradi tutto l’anno. Se io avessi la possibilità di acquistare terra a basso prezzo mi piacerebbe tantissimo differenziare. E’ anche una questione di sicurezza: se la flavescenza dorata mi barba le viti, ho qualcos’altro. Comunque per ora non posso. Poi c’è il discorso che qui il suolo è calcareo. Basta fare lo scasso per riportare in superficie i blocchi di calcare, poi con una gelata notturna si frantuma e diventa terreno eccellente per il vigneto, perché il vigneto non vuole i terreni fertili. I terreni fertili devono fare il grano, non che il grano lo compriamo all’estero. Nel Sud si toglie il grano e si mette vite per il vino in tetrapac. “Purtroppo” in questo momento sul mercato il vino “tira”, ma fare vigna lì è un insulto per il vino, è un insulto alla terra, è un insulto per gli agricoltori, è un insulto per tutti. Ma cosa stanno facendo?" Gianfranco Torelli 6 giugno 2010


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