Robiola di Roccaverano e spopolamento delle colline

“ Sono 25 anni che facciamo questo mestiere – ci spiega Fabrizio Garbarino della Cooperativa La Masca – abbiamo un centinaio di capre, camosciate e murciane.

Sin dall’inizio abbiamo sempre fatto questo tipo di formaggio in cui crediamo molto, perché è un formaggio che ha una storia millenaria alle spalle. Si presta a tantissimi utilizzi perché è molto versatile.
È un formaggio contadino, artigianale fatto da piccole aziende in un territorio molto bello, che continua a essere bello proprio perché c’è la pastorizia che lo mantiene. È un formaggio che serve al territorio, serve a chi lo produce e soprattutto serve a chi lo mangia perché è sano, genuino e locale.

Oggi però le difficoltà sono tantissime. La prima è dal punto di vista del valore prodotto, difficilissimo da farsi riconoscere, perché la crisi economica morde pesantemente e le persone fanno fatica ad avere una dieta sana, perché molti non se la possono permettere. Il nostro formaggio, essendo artigianale e contadino, non può costare come il formaggio industriale e per noi questo è un problema. Dall’altra parte ci sono tutte le regole molto stringenti dal punto di vista sanitario, che assolutamente vanno rispettate perché l’idea è che tutelino la salute del consumatore. In realtà molte sono inutili, visto che il nostro prodotto è un prodotto che intrinsecamente è sano e quindi le regole ridondanti vanno a complicare la vita di chi lo produce senza poi dare un vero risultato positivo per chi lo consuma. I territori: sono belli, sono salubri, sono quelli che fanno sì che il prodotto sia buono, però vivono perenni spopolamento, diminuzione di servizi, dalle strade alle scuole, alle farmacie, ai presidi sanitari, ai presidi culturali, per cui viverci diventa sempre più complicato.

È un problema generalizzato: questo è un mondo rurale che è stato abbandonato a se stesso. Io credo che ci sia una mancanza di visione generale sul tema, bisogna fare un ragionamento molto più complessivo e i soldi che ci sono andrebbero messi a sistema per cercare veramente di creare delle condizioni positive affinchè le persone possano reinstallarsi in campagna e quelle che ci sono non scappare.

Il più delle volte ci sono dei bandi che vengono scritti nei recessi delle segrete stanze di qualche assessorato, ma alla fine hanno poca ricaduta sul territorio. Servirebbe cercare veramente di mettersi in ascolto dei territori. Quindi sì, i soldi andrebbero spesi meglio e a quel punto magari ci sarebbe qualche risultato, però è veramente un discorso complessivo, non bastano le operazioni a spot.

Certo. Anche il problema dei selvatici, che siano i lupi o ungulati, c’è in maniera sempre più importante perché, abbandonando i territori, i pascoli si trasformano in boschi, i boschi si trasformano in selve e la natura non ammette che ci sia il vuoto e quindi questo vuoto viene abitato. Chiaramente questi animali poi vanno in conflitto con quei pochi contadini o allevatori che rimangono in quei territori perché sono rimasti soltanto loro, circondati appunto da questo riselvaticimento.

Bisognerebbe tra l’altro  evitare che ci siano queste guerre di religione fra contadini, allevatori e selvatici. Però questo può succedere solo se c’è un discorso complessivo sul riabitare questi territori, non soltanto un mese d’estate con le seconde case o con le case dei turisti, magari danarosi che vengono dal nord Europa capaci di spendere dei soldi.

Servirebbe che queste case, questi paesi, questi borghi, venissero riabitati tutto l’anno da persone normali che fanno lì la loro vita, che magari vorrebbero mettere su una piccola realtà agricola, anche se non esattamente un’azienda, magari anche soltanto una realtà agricola che possa in qualche modo contrastare questa deriva. Però bisogna farlo coscientemente, cioè se si lascia tutto alla iniziativa privata e al mercato chiaramente non si riesce a contrastare questa cosa. Perché il mercato prevede che la vendita di una cascina con 10 ettari intorno, si compra la cascina, tutto il resto può diventare zerbo (abbandonato) e il lupo arriva. E non è colpa del lupo, è colpa del fatto che quella cascina lì che prima aveva i 10 ettari, erano coltivati, oggi non c’è niente. Il lupo va dove non c’è niente.

Poi c’è il tema di come si comunicano queste cose è fondamentale. Si è puntato molto sul prodotto perché era più semplice difendere un prodotto, piuttosto che parlare di quello che ci sta dietro.
Perché siamo ormai abituati a semplificare le cose e non a guardare il nocciolo della questione. Io penso che abbiamo gli strumenti per affrontare la complessità della questione agricola, rurale, strumenti accademici, scientifici, legislativi. Bisogna a un certo punto che qualcuno si metta a farlo, perché se si continua a pestare l’acqua nel mortaio, non si arriva da nessuna parte. Quindi va bene la tutela dei prodotti, farli conoscere, pensare che questi prodotti possono essere mangiati da tante persone, però bisogna poi sostenere chi produce questi prodotti, che sono il più delle volte modelli contadini artigianali.

E quindi niente che vedere con l’agrobusiness. È la politica che ha la possibilità di avere uno sguardo a 360 gradi sulle cose che può veramente fare la differenza.
Bisognerebbe veramente che ci fosse una presa di consapevolezza a cominciare dagli agricoltori, per poi arrivare a tutta la popolazione. Più è vasta la consapevolezza, più quello che si riesce a mettere in piedi ha una durata minimamente significativa, almeno nel medio periodo, invece mi sembra che lavoriamo tutti giorno per l’altro, ma se sei un politico invece dovresti avere un orizzonte almeno di medio, lungo termine, per cercare di vedere come vanno le cose. Occorre consapevolezza che i problemi dell’agricoltura sono moltissimi, vengono da lontano, da scelte sbagliate del passato che purtroppo continuiamo a fare, come il ragionamento sull’export, come se fosse l’unica modalità con cui noi possiamo dare dignità ai prodotti. I prodotti devono essere consumati nei territori che li producono. Poi, se c’è un surplus, si può anche sicuramente esportare.

Oggi, a livello locale, mangiamo robe terrificanti che arrivano da ovunque e non ci possiamo più permettere il prodotto artigianale locale perché non abbiamo più i soldi per comprarlo. Questo è un problema gigantesco; non è che l’imprenditore che fa il prodotto locale deve per forza venderlo a New York perché abbia un valore. Dovrebbe essere consumato nel territorio, poi per carità, se lo vuole portare a New York ben venga, ma non è quello il problema. E invece mi sembra di vedere anche in queste fiere, in queste kermesse, che tutto quello che si dice è che il prodotto ha avuto riconoscimenti in giro per il mondo. Ma me dà fastidio pensare che il mio prodotto sia diventato un prodotto talmente di nicchia che se lo può permettere soltanto il multimiliardario di Dubai e mi intristisce come cittadino.

In l’Italia, però non so fino a quanto durerà, la stragrande maggioranza delle aziende agricole sono piccole, piccolissime e producono comunque un terzo di quello che mangiamo e alla fine sono quelle che tengono in piedi i territori, perché oltre a produrre cibo tengono in piedi il paesaggio, le strutture ecc. Se questo non diventa chiaro nella testa di chi mangia e di chi ha il potere di prendere decisioni, è difficile che la situazione possa essere cambiata. ”

Storie di agricoltura.