Valore di origine

Nel cerchio del tempo

Estratto da una riflessione di Massimo Angelini

               

In realtà questi pensieri non hanno origine in me,
essi sono i pensieri di tutti gli uomini
di ogni epoca e terra,
se non sono vostri quanto miei non sono niente,
o quasi niente
Walt Whitman

Se la metafora del cerchio funziona anche per noi come per tutto quanto esiste e possiamo vedere e riconoscere, allora non c’è dubbio che dopo la notte viene l’aurora e dopo l’inverno il risveglio e che dopo il sonno profondo c’è un tempo di rinascita. E la nostra aurora – quel tempo che non è più notte e ancora non è giorno, la stagione che non è più inverno e non è ancora primavera – forse potrebbe coincidere proprio con il tempo che dal concepimento ci accompagna fino alla nascita. Nel tempo lineare siamo un corda tesa tra la nascita e la morte. Nell’armonia del tempo circolare a un certo punto si muore ma la morte non esiste e come per ciò che non esiste forse non c’è motivo di averne paura.

Il cerchio del tempo è fatto di stagioni. Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo: così apre il libro dell’Ecclesiaste e insegna che c’è un tempo per seminare e uno per raccogliere, uno per abbracciare e uno per astenersi dagli abbracci: una stagione per ogni cosa.

Il periodo di luce, dal primo chiarore dell’aurora fino all’ultima luce del crepuscolo è fatto per la veglia, quello del giorno per le occupazioni, quello della notte per la quiete e il sonno. Tolte le eccezioni, per natura o per necessità, questo è vero per le persone, gli animali, le piante e tutto ciò che vive.

Non si può volere mangiare arance e pomodori tutto l’anno. Chi si abitua a questo perde il senso delle stagioni. Fuori dal cerchio, tutto diventa uguale e senza il senso delle stagioni si veglia di notte e si dorme di giorno: è tutto uguale; chi ha 20 anni vuole insegnare la vita a chi ne ha 70 e chi ha 70 anni vuole sedurre ragazze di 20. Che confusione! Fuori dal cerchio la morte esiste e fa paura. E si rimuove e si allontana con l’inganno, fingendosi giovani come non si è più, cancellando i segni del tempo come una vergogna, curando il corpo come un feticcio per mantenerlo lucido e performante: un guscio refrattario al tempo ma anche alla nostra anima.

La visione lineare del tempo alla quale siamo addomesticati ignora la verità profonda delle stagioni e il piacere del ritorno.

Allora: come il seme nel frutto, come la linfa nel ramo, come la luce nello sguardo, così il valore delle idee e di quanto esiste vive dentro le parole che le comunicano; e nell’origine delle parole si manifesta il significato profondo di quanto esiste e di quelle idee: nell’origine delle parole vive e fermenta l’anima delle cose.

“Vita” è la forma astratta del verbo “vivere” che discende da un’omologa parola latina e, a sua volta, questa deriva da un’antica radice sanscrita “jîv” che significa “vivere” e “rivivere”.  E vivere e rivivere è il destino di tutto ciò che vive. Ed è il destino che si esprime attraverso il racconto mitico dell’eterno ritorno e attraverso, ancora una volta, la metafora di un cerchio. Proprio quel cerchio che accompagna queste parole: il cerchio del tempo.

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Pubblicato da Redazione il 6 maggio, 2013 - 09:56

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