Buone pratiche

Dalla plastica alla "bioplastica"

Da qualche settimana abbiamo introdotto l'uso dei sacchetti di bioplastica (derivata dall’amido di mais, biodegradabile e compostabile) per mantenere freschi i nostri prodotti.

Si tratta di una novità alla quale siamo giunti anche grazie alle sollecitazioni delle famiglie che partecipano ad AgriSpesa.
 
Abbiamo scelto un prodotto derivante da materie prime vegetali. Sebbene non in tutte le città si effettui la raccolta dell’organico, l’utilizzo dei sacchetti fatti con amido di mais potrebbe avviare l’abitudine a creare un compost casalingo con cui nutrire le piante del balcone.
 
Per permettere a tutti di saperne qualcosa di più sui vari tipi di imballaggi, sulle differenze, i vantaggi e gli svantaggi di ciascun materiale riproponiamo oggi una sintesi dell’intervento che il signor S., che da anni riceve AgriSpesa, aveva scritto per noi in un FoglioSpesa di inizio 2009 dal titolo “Se l’imballaggio è proprio necessario”
 
“Credo che siamo tutti d’accordo sul fatto che l’imballaggio migliore è quello di cui non c’è bisogno. Prima ancora di scegliere il materiale con cui imballare la merce bisogna chiedersi se non se ne può fare a meno. Avete presente quel vizio di vendervi un prodotto avvolto in una pellicola, ricoperto da un foglio di alluminio e poi messo in una scatola? Si chiama “overpackaging” ed è la prima causa di inquinamento e spreco di risorse contro cui impegnarsi .
 
Tuttavia anche la distribuzione più virtuosa ha bisogno di imballaggi per trasportare e proteggere i prodotti perché arrivino in tavola buoni e sani. Quale imballaggio, allora? Ogni materiale per imballaggio (carta, plastica, vetro, legno, alluminio, acciaio) ha i suoi pro e i suoi contro; dipende da quanto, come, perché e dove si usa. Mettiamo a confronto un sacchetto di carta e una busta di plastica per imballare delle verdure fresche. La carta appare un prodotto “naturale” ma in fase produttiva è frutto anch’essa di un processo industriale che richiede alti consumi energetici e di acqua. In genere è usa e getta, anche se il riciclo è semplice. Nell’utilizzo ipotizzato assorbe umidità. È permeabile all’aria e non isola da odori.
La plastica deriva da un processo petrolchimico inquinante, ma richiede meno energia e acqua. Viene riciclata, anche se richiede un passaggio in più (la selezione delle diverse plastiche). In fase d’uso è leggera, resistente e permette di utilizzare meno imballaggio per unità di prodotto imballato; è impermeabile e isola dall’esterno. Costa meno per unità di prodotto e, se non avviata al riciclo in genere è utilizzabile almeno un’altra volta come contenitore per i rifiuti.
 
Nel caso della verdura colta fresca e umida, la plastica permette di tenerla in magazzino un paio di giorni senza che secchi o appassisca, trasportarla senza che si rovini. L’uso della carta farebbe appassire le verdure in magazzino e inumidirebbe il sacchetto che facilmente si romperebbe al trasporto. Viceversa per la verdura acquistata al mercato, la carta va benone per trasportarla a casa.
 
E le bioplastiche? Sono quelle plastiche derivanti da materie prime naturali e che sono compostabili o riciclabili. Anche per loro vale la valutazione dei pro e dei contro. Qui c’è un problema di costi e di effettivo fine vita; mentre per i materiali classici le raccolte differenziate sono attive praticamente in tutta Italia, il compostaggio non è ovunque attivo. Riciclabile e compostabile vogliono dire che l’operazione è possibile, non che venga fatta nella realtà. Insomma nel nostro mondo è sempre tutto più complesso di come sembra; ma questo non deve essere un alibi per non fare nulla. Ognuno di noi può contribuire cercando un punto di equilibrio da cui partire per raggiungere un equilibrio migliore. A Cornale fanno del loro meglio, ma noi continuiamo a stimolarli: e se avete buone idee, fatevi sotto. Grazie. Signor S.” 
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Pubblicato da Redazione il 3 Dicembre, 2009 - 10:36

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