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FESTE SOTTO LA LUNA

la cultura contadina nel pensiero di Antonio Adriano

Inauguriamo oggi quella che vorremmo diventasse una tradizione: ogni anno, la prima settimana di luglio, pubblicheremo sul nostro blog uno scritto di Antonio Adriano (1944- 2 luglio 2006), socio fondatore della Cooperativa Cornale, che fin da ragazzo ha parlato di agricoltura e di cultura contadina con sguardo profetico ed innovatore.
Sono in vendita il suo libro Feste sotto la luna e il cd Balli e ballate dell’Albese che raccoglie i canti del Gruppo Spontaneo. Chi ne fosse interessato può scriverci.

SENTIRE LE FESTE SOTTO LA LUNA
«Eravamo molto giovani. Credo che in quell’anno non dormissi mai. Ma avevo un amico che dormiva meno ancora di me […]». «A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravamo ancora che qualcosa succedesse […]».
Sono questi i due incipit pavesiani rispettivamente del Diavolo sulle colline e della Bella estate, testi che sprizzavano brucianti parole di vita e di attesa di vita per un gruppetto di giovani amici che, agli inizi degli anni Sessanta, cercavano vie ed orizzonti in un piccolo paese tra le colline di Langa e Roero.
Si era allora nell’età, per dirla ancora con Pavese, in cui «si ascolta parlare l’amico come se parlassimo noi».
Quel gruppo, che sarebbe poi diventato il Gruppo Spontaneo di Magliano Alfieri, a partire dalla prima riproposta sul campo della questua delle uova nel marzo del 1965, non poteva e non voleva dimenticare le immagini, i paesaggi, le storie, i canti, le fantasie e le feste provenienti dal passato. Era una storia imparata sin da bambini dal discorrere dei vecchi e durante i giochi coi compagni sulle aie e nei campi, in un’età in cui le parole degli adulti si imprimono forti nel cervello e i sentieri e la terra calpestati coi piedi scalzi lasciano tracce mentali e visive che efficaci ritornano nel tempo. Era la storia degli antenati che, zappata dopo zappata, mietitura dopo mietitura, avevano costruito il mondo che ci aveva visti nascere e crescere. Un mondo che però perdeva rapidamente i suoi connotati e la sua antica anima.
Noi del Gruppo agli inizi eravamo solo, come dice la canzone di Paoli, «quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo»; (gli amici, per la cronaca, erano Antonio Adriano, Renato Castello, Teresio Sappa, Felice Torchio e Francesco Traversa). Poi s’incominciò, spesso durante notturni vagabondaggi per sentieri di collina, a riflettere sulle trasformazioni in atto nelle campagne che riducevano a relitto il vecchio mondo contadino, mentre l’accatto di nuovi modelli culturali creava lacerazioni e squilibri ambientali di cui ancora oggi avvertiamo le nefaste conseguenze. Tutto ciò che apparteneva alla tradizione popolare doveva essere cancellato in quanto simbolo, per molti, di miserie morali e materiali. In quegli anni un inarrestabile colonialismo culturale faceva terra bruciata. La gente scappava dalle campagne come da un luogo maledetto e con l’incalzare delle ruspe e del “progresso” sparivano come in un gorgo tradizioni, parlate, oggetti, visioni del mondo, che sino a quel momento avevano segnato la vita degli uomini della terra. L’architettura popolare dei paesi rurali veniva stravolta. In pochissimi anni, tetti dai colori assurdi, piastrelle da pubblico orinatoio, tinte da cremeria e geometrie schizoidi (il tutto avvolto in una degna veste di catrame e di livida luce al neon) hanno dato origine a quella arlecchinata edilizia, improvvisata da un benessere piccolo borghese e da una cultura sordidamente provinciale, che offende ormai in modo irrimediabile gran parte delle nostre campagne.
Il gruppetto maglianese, che viveva quotidianamente la vita del borgo, avvertiva tutto ciò come un trauma e sentiva invece la «voce antica» come un flusso di linfa ancora vitale, che non poteva essere impunemente interrotto. In quegli anni tutto un mondo festivo spariva. Languivano le feste patronali, le processioni sacre e i riti profani. Ricordo immalinconiti, vecchi contadini attendere invano sulle aie, a carnevale, il passaggio anche di una sola sperduta maschera. Le antiche feste comunitarie erano fatte apposta per essere attese. Il loro mancato arrivo era vissuto da molti come un segno di precarietà e agonia spirituale.
L’ethos e l’epos della cultura tradizionale naufragavano come relitti sparsi tra le incrostazioni di uno sviluppo arruffato e senz’anima. Certo quel mondo doveva per forza cambiare. Chiusure, miserie e violenze lo avevano per tanto tempo un po’ corroso dall’interno e reso debole nei confronti dei poteri. Pensiamo solo al ruralismo fascista, che proponeva un mito non genuino, “tecnicizzato”, per usare una illuminante espressione di Kàroly Kerényi. Tutti sappiamo quanto siano folte di nomi contadini le lapidi dei nostri monumenti ai caduti: gente mandata al macello, a far rosse di sangue terre di cui i nostri padri non sapevano nemmeno l’esistenza.
Nel considerare questi fatti c’era in noi un intimo dissidio tra vecchio e nuovo, tra antico e moderno. A renderlo più acuto contribuivano l’emotiva lettura di Pavese della nostra adolescenza. Emergevano in quelle meditazioni il contrasto città-campagna e ancor più il mito della festa, che sembrava perdersi con lo spegnersi dei non più soccorritori falò degli antichi riti agrari. In fondo, le nostre abituali e protratte scollinate erano un lungo stato di veglia in attesa di un evento festivo, che però pareva inattingibile in un mondo ormai sconsacrato e privo «di valore collettivo dei grandi simboli» (F.Jesi).
Tante pagine dello scrittore langhetto rivelavano il fondo amaro della moderna impossibilità della festa e del mito. Già nel romanzo breve La spiaggia, gli amici inurbati che ritornano al paese d’origine per far festa sotto la «luna [che] bagnava ogni cosa, fin le grandi colline», non riescono a ritrovarsi nelle notturne rituali cantate. «Come un giardino delle Esperidi -dice F. Jesi- dal quale non si possa più tornar vincitori, la campagna conserva apparentemente intatta nella sua iconografia tutto il repertorio di immagini che alludono simbolicamente ai misteri della festa antica».
I tre giovani amici protagonisti del Diavolo sulle colline, riescono a vivere qualche momento di antiche realtà festive e a riavvicinarsi alla campagna e alla natura. Durante la memorabile visita ai cugini di Mombello ritrovano per un istante il tempo vero delle origini. Nell’ora intatta prendono uva purificata dall’acqua del pozzo, bevono vino che dona innocenza primordiale in una grotta-tempio. «Ma non possono -dice ancora F.Jesi- appropriarsi del tesoro e devono abbandonarlo con rimpianto».
«Partimmo sotto la luna,nell’aria fresca della sera. Dispiaceva lasciare quell’isola, quell’immensa campagna rossa […].Era bella la luna, tra bianca e gialla nella sera, e cominciavo a pensare al suo raggio notturno sull’immenso paese, sulla terra, sulle siepi».
Il lunare accenno leopardiano, assai frequente in Pavese, quasi introduce alcuni intenti della riproposta delle feste calendariali del Gruppo Spontaneo e ne sottolinea gli aspetti ampiamente ecologici.
La questua delle uova, che si svolgeva e ancora si svolge in lunghe camminate notturne, vede la tonda luna protagonista sul quadrante celeste del principio di primavera. Nel nostro girovagare si voleva pure ritrovare la «candida», «tacita» luna leopardiana che esplora la campagna e la «Ciprigna luce compagna alla via», e tante altre lune leopardiane. Alla luce di esse a volte il poeta di Recanati riesce ancora a sentire «un certo risorgimento […] in mezzo alle delizie della campagna», come si può scorgere in questa sua lettera del 6 marzo 1820. «[…] e poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro e un bel raggio di luna, e sentendo un’aria tiepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo».
Queste parole, pur prive del suono di un canto lontanante che invece si trova in altre pagine leopardiane, potrebbero fungere per atmosfera e momento stagionale, come alta e grandiosa premessa al sentimento della nostra ripresa del rito primaverile di questua. Anche la canzone delle uova ha versi lunari di pregnante bellezza.
Quando il gruppo maglianese riprese nel 1972 il Cantar Maggio celebrante il trionfo della primavera, ben percepiva, oltre al senso socializzante del rito popolare, gli antichi spiriti sacrali della stagione vivificante. Questi avevano forti radici contadine, ma anche illustri ascendenze culturali, che partono almeno dalla lirica trobadorica e hanno chiari cenni in Petrarca, Botticelli, Poliziano e ancora in Leopardi, con la sua struggente nostalgia delle «favole antiche» :
«Vivi tu, vivi, o santa
Natura? […]
[………………….]
Vissero i fiori e l’erbe,
Vissero i boschi un dì»
Le «selve e le foreste- dice ancora il poeta- somministrano infinita materia poetica». «Che bel tempo era quello nel quale ogni cosa era viva secondo l’immaginazione umana […] quando nei boschi […] si giudicava per certo che abitassero le belle Amadriadi e i fauni e Pane […]. E stringendoti un albero al seno te lo sentivi quasi palpitare fra le mani […]».
Anche questi pensieri davano senso e profondità ai tentativi dei giovani maglianesi di riappropriarsi delle antiche feste durante anni di distorto boom economico. Allora la materia bruta sembrava cancellare ogni dimensione spirituale e poetica della vita. Questo fu il nostro Sessantotto.
L’azione del gruppo, che cercava pure di salvare alberi, monumenti, sentieri e boschetti, appariva a molti quasi eversiva e più di un’ “autorità” tentò di contrastare quelle iniziative.
«Una cosa viva non può essere conosciuta che in stato vivo», ha scritto Kerényi a proposito della festa. Questa formulazione ci era ignota quando (dicembre 1973) dichiaravamo in un nostro intervento sul Cantastorie di Giorgio Vezzani, che era stata «la necessità di sentirci vivi a spingerci [alla riproposta] sul campo [di] antiche e genuine festività, quali i primaverili canti rituali della questua delle uova e del calendimaggio».
Ma tout se tien. Veramente vitale fu per noi allora percepire, quasi alla maniera galileiana, la dimensione vegetale. Scrive Evangelista Torricelli - meraviglioso discepolo di Galileo - : «Appariscono i giorni di primavera […]. Ogni fiore che s’apra sui prati, ogni pianta che verdeggi nelle selve, sono tante bocche e tante lingue, colle quali parlando,la materia creata manifesta la sua interna inclinazione». Relazione quindi tra natura e humanitas.
Ricercare le feste processionando per antichi sentieri era per noi anche un riandare sulle tracce degli antenati. Toccare con le scarpe la terra dei padri era ritrovare da “viandanti” («quante strade deve percorrere un uomo prima di poterlo chiamare un uomo», cantava allora Bob Dylan), un luogo originario perduto, spogliandoci dell’anonimo e dell’inautentico.
Nei nostri girovagare, profili di alberi e di colline, notturne sensazioni, occhi di gatti in amore illuminati di luna, stridori di uccelli, profumi di terra e d’erba al risveglio entravano in noi con nuove sensazioni: nonostante tutto la terra poteva ancora svelare memoria e palpitante verità. Poteva anche essere il più umile dei fiori scorto sui sentieri a destare meraviglia; «Era bello vedere certi fiorellini minuti, sulle zolle sfatte della vigna, che al riprendersi del sole già si ergevano gracili, miracolosi. Il sangue spesso della terra era capace anche di questo.», scrive Pavese nel Diavolo sulle colline. I fiorellini cui allude sono sicuramente quelli che noi chiamiamo “occhi della Madonna”, minuscoli ma intensi segni di vita, azzurri occhi della terra.
Ed infine ecco la festa: piccole vallate inondate di luna, risonanti di canti augurali. Risate e balli e voci allegre ospitali sulle aie della questua. Ecco un vecchio padrone di casa sentirsi toccare il sangue dal canto festivo. Si unisce al coro della brigata. Canta sugli acuti, ma con una voce che viene dal profondo, come sgorgante da mille strati di ricordi, da mille giovinezze perdute e poi felicemente e inaspettatamente ritrovate. E da ultimo i doni, cibo e vino, profumi e sapori prima segreti e poi svelati alla piccola comunità dei questuanti.
E ancora la forza della festa lascia grandi ricordi.
Uno di questi viene da una nostra cantata ai Balluri di Neive, di una ventina di anni fa.
E’ verso l’una di notte. Il gruppo maglianese procede sullo stradone alla ricerca delle ultime case ospitali. D’improvviso vediamo un’ombra uscire da un noccioleto laterale. Un uomo ci ferma per parlarci. Dice che nella casa in collina dietro il noccioleto c’è un vecchio malato, da poco arrivato dall’ospedale per morire nel suo letto. Ha forse ancora un mese di vita. Si è scosso dal sonno sentendo il fragore della musica festante che saliva la vallata. Prima di morire vuole ancora una volta sentire cantare le uova. Andiamo alla casa in silenzio, compunti, come per celebrare un rito d’importanza capitale che sta tra la vita e la morte.
Il vecchio è alla finestra del piano alto, illuminata dalla fioca luce della sua stanza. E’ un uomo, benché malato, alto e dritto, quasi ieratico nella sua affilata silhouette. Sulle spalle ha la giacca della “vestimenta” della festa e in testa il nero borsalino dei patriarchi contadini.
La luna è piena, la cascina ha i muri bianchi. C’è una luce surreale, da regno delle ombre. I ragazzi sull’aia cantano commossi, quasi con sommessa ma tesa voce di addio e di omaggio ai padri costruttori di mondi, «che come macerie di monte stanno nel fondo di noi» (R.M.Rilke, III Elegia Duinese).

Antonio Adriano, Feste sotto la luna, Soncini, 2006
 

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Pubblicato da il 5 luglio, 2010 - 02:18

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