Beni comuni

La gestione dell'acqua dipende dal nostro comportamento

Sulla scia della discussione aperta sull’importanza e sul ruolo dell’acqua, rispondiamo al commento di un lettore facendo intervenire Lorenzo Caponetti, dell’azienda Caponetti.

 A seguito della pubblicazione dell’intervento “L’acqua come bene comune” un lettore che si firma con il nome di kudablog  ha commentato proponendoci di visitare il suo blog e esprimere un’opinione in merito alla sua idea di dare vita a forme di azionariato pubblico attraverso le quali siano i cittadini ad essere responsabili della quota del 40% di presenza dei privati nelle società di gestione dell’acqua, così come previsto dalla recente legge Ronchi.
Abbiamo chiesto a Lorenzo Caponetti di esprimere una sua opinione in proposito. Lorenzo è proprietario dell’Azienda agricola Caponetti, produce olio extravergine di oliva, è agronomo e membro dello staff di Ipogea organismo per le azioni di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio culturale europeo. Ecco quanto ci scrive Lorenzo:
 
“ Non ho una così grande esperienza in materia legale per esprimere con certezza un parere sulla questione, ma posso provare a fare due considerazioni.
Per quel che attiene a quelli che chiamate 'beni comuni' - e quindi sicuramente anche l'acqua -, trovo utile la definizione di “patrimonio di comunità”, che definisce in maniera un po' più stretta la relazione tra il bene e il gruppo di persone che ne usufruiscono o beneficiano, e che devono - o dovrebbero - farsene carico perché esso continui ad esistere. In questo senso, il bene comune si definisce anche attraverso la comunità che lo utilizza, ed i confini del dibattito si centrano un po' meglio sull'effettivo argomento di discussione.
Per intenderci: si parla di una legge nazionale sulla 'privatizzazione dell' acqua', quando il ciclo idrologico non si ferma certo ai confini nazionali, né all'acqua in forma liquida e potabile della quale si sta parlando. Allo stesso modo, i cittadini lombardi - per rimanere nell'ambito geografico citato - potrebbero essere più sensibili ai problemi della gestione dell'acqua lombarda che non di quella campana o svizzera, per dire. Quel che intendo dire è che, è vero che la legge sulla privatizzazione dei servizi di distribuzione dell'acqua ha molto il sapore di un favore fatto alle multinazionali e che, tuttavia, le varie comunità che usufruiscono del servizio hanno o potrebbero avere uno strumento per controllare quel che succede della privatizzazione: esprimere un parere forte e univoco nei confronti di chi le governa (comuni, province e su a salire), perché la privatizzazione non diventi per forza uno strumento contro l'interesse della comunità stessa.

Il post di kudablog suggerisce una possibile soluzione in questo senso: la partecipazione di un gruppo di piccoli azionisti che difendano il 'localismo' della gestione e l'accessibilità dell'acqua a condizioni garantite per tutti.
Non so, ma non sono un esperto, quanto quella indicata sia in effetti una strada praticabile: mi sembra di capire che metter d'accordo una marea di piccoli azionisti per contrastarne uno grande non sia una di quelle cose che hanno provato di esser così efficaci nel corso della storia, se non altro in termini statistici... però, se funziona, ben venga.
Mi sembra che, indipendentemente dal metodo, ci siano due punti di merito che devono essere difesi: la gestione locale, e l'accessibilità al bene acqua al prezzo più basso possibile. Ambedue le cose potrebbero -almeno in teoria- essere difese anche all'interno di una gestione privata come quella prevista dal decreto Ronchi: se non altro, perché prevede che le società di gestione abbiano comunque una quota (maggioritaria) che rimane pubblica. La via di uscita, se c'è, è nella partecipazione della comunità alla gestione del patrimonio comune, ma mi sembra che in questo noi italiani non è che siamo molto bravi....

La soluzione è creare delle comunità il più piccole possibile, che magari si facciano dare in concessione fonti alternative di acqua: se ognuno di noi avesse una cisterna sul tetto in cui raccogliere l'acqua piovana, anche solo per gli usi non potabili, il problema non si porrebbe o sarebbe drasticamente ridimensionato...
Il problema vero, a mio avviso, è che tutti questi problemi, che sono problemi di fondo, non si risolvono se non cambiando radicalmente il modo che abbiamo di vivere, il modo in cui ci poniamo nei confronti della società, delle risorse che abbiamo e del pianeta in cui viviamo...
Lorenzo Caponetti
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Pubblicato da Redazione il 11 Dicembre, 2009 - 14:50

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